In Italia anche il calcio è morto

Ciro Esposito
Calcio – Non fraintendiamoci, dei mutandari miliardari a questa pagina non frega nulla, né delle loro vittorie e meno che meno delle loro sconfitte. Non è di quell’Italia che si vuole parlare, perché quell’Italia non ha nulla a che vedere con quella vera, quella fatta di sacrifici e lacrime, di lavoro e disoccupazione, di disperazione e suicidi, di voglia di riscatto sistematicamente affossata da una classe dirigente nemica dello Stato e del popolo.
Quell’oppio dei popoli, quel gioco che tanto affascina milioni di italiani è morto ieri assieme a Ciro, è morto per quello che è diventato, per come viene gestito, per i miliardi che ci girano, per i significati che gli sono stati attribuiti da quella disinformazione sempre più attrice prima dei guasti morali e materiali del nostro paese.
Non è stato solo il nazi-fascista De Santis a sparare a Ciro, quella pistola era armata dai colpi di chi ha preferito che il circo miliardario andasse avanti, che le società calcistiche non perdessero i loro introiti, che le tv continuassero a trasmettere questa pagliacciata, senza che mai nulla si facesse contro quei cori ignobili e razzisti che hanno accompagnato i napoletani in ogni città d’Italia, senza che mai fossero sanzionate, seriamente, quelle violenze verbali, facendo in modo che l’odio aumentasse, la tensione anche…maggiori introiti, anche a rischio di una vita.
Emblematica è stata l’assenza delle istituzioni al capezzale di Ciro, vergognose le dichiarazioni del prefetto di Roma sull’agguato e il parallelo silenzio sull’inadeguato schieramento di forze dell’ordine necessario a reprimere, a stoppare, quegli atti di violenza che da più parti erano stati annunciati, infami i tentativi di alcuni giornalai nostrani di dipingere Ciro come un esagitato, quasi si fosse cercato da solo quei colpi di pistola, assurdo far giocare quella partita, inaccettabile continuare a far finta che nulla sia accaduto…sino al prossimo morto, sino alle prossime violenze.
Ci sono responsabili diretti, quelli che hanno avviato gli scontri, quelli che hanno risposto in maniera altrettanto violenta…ma i mandanti, colpevoli primi di quanto accaduto, vanno ricercati in chi ha anteposto alla sicurezza lo spettacolo, i miliardi, gli interessi. Un oppio diventato veleno, altro veleno da inoculare ad una società disgregata, senza valori, senza futuro…dove la vita è appesa ad un contratto precario, ad un assegno di pensione sempre più povero, dove la “guerra tra poveri” è alimentata da chi ruba anche le pietre delle nostre città, delle nostre strade, delle nostre terre.
Quell’entusiasmo e quella voglia di divertirsi, di cui dovrebbe alimentarsi lo sport, è caduta ai piedi di chi lo ha trasformato in business, di chi ne ha travisato il senso, di chi lo ha innalzato a simbolo di riscatto di quelle sconfitte ed umiliazioni subite ogni giorno sul lavoro o nella vita quotidiana, ma da “vendicare”, con ogni mezzo, per una bandiera che non ci appartiene.

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